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La nota del 20 giugno dell’Ispettorato del Lavoro ha gettato il mondo dei sindacati nello scompiglio. Secondo la nota le imprese che non applicano contratti di CGIL, CISL, UIL rischiano sanzioni e la perdita di agevolazioni, citando alcuni sindacati autonomi.

Il Festival del Lavoro, come abbiamo raccontato, è stata l’occasione per discuterne durante la tavola rotonda dal titolo "Rappresentanza e rappresentatività: comparazione tra le diverse contrattazioni collettive", a cui hanno partecipato: Andrea Cafà, presidente di CIFA, Salvatore Vigorini, presidente del Centro Studi Incontra, Maurizio Ballistreri, docente di Diritto del Lavoro dell’Università di Messina, Renato Pingue, Capo dell’Ispettorato del Lavoro - Coordinamento interregionale Sud Italia, Francesco Capaccio, esperto della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Cesare Damiano, presidente di Lavoro&Welfare, Massimo Mascini, direttore responsabile de Il diario del lavoro, Marino Longoni, condirettore di Italia Oggi.

 

Secondo Andrea Cafà si tratta di una nota penalizzante per soggetti come CIFA e CONFSAL, che nell'ultimo decennio hanno dimostrato di saper costruire una bilateralità frutto di qualità e di innovazione rispetto ai cambiamenti del mondo del lavoro, lesiva della libertà sindacale e del pluralismo.

Indice:

I motivi della nota INL del 20 giugno: risolvere il dumping contrattuale

Perché questa nota? Salvatore Vigorini espone maggiori dettagli: “E' chiaro che siamo di fronte al tentativo di dare finalmente una concreta interpretazione del concetto di organizzazione sindacale "comparativamente più rappresentativa" e soprattutto di risolvere una volta per tutte questo problema.
“Credo che, però, l'Ispettorato non stia raggiungendo pienamente questo obiettivo soprattutto perché il tema si pone sempre in relazione al fatto che non ci sono dati certi sulla consistenza numerica delle organizzazioni sindacali. La mancata attuazione dell'art. 39 della Costituzione, e quindi il fatto che oggi non ci sia una legge della rappresentatività, ci impedisce di avere certezza su quella che è la consistenza numerica e sul livello di rappresentatività. Al di là delle note che vengono pubblicate sul sito dell'INL il problema rimane.
Inoltre, questo appare come la soluzione per evitare il dumping contrattuale e i contratti pirata: oggi tuttavia non si può pensare che guardando alla consistenza numerica delle sigle che sottoscrivono contratti collettivi automaticamente si risolve il problema del dumping contrattuale. Nello scenario sindacale ci sono organizzazioni sindacali ritenute non comparativamente più rappresentative che propongono una contrattazione collettiva di assoluta qualità con livelli retributivi assolutamente allineati ai cosiddetti contratti leader ma che esprimono anche una certa spinta verso l'innovazione nel sistema delle relazioni sindacali.”

Leggi la nostra comparazione tra CCNL del Terziario

Secondo Massimo Mascini, “i contratti sono decisamente troppi, ma questo non è sicuramente il modo di risolverlo. Si è parlato negli anni di organismi sindacali maggiormente rappresentativi poi di comparativamente più rappresentativi. Questa espressione, però, non significa praticamente niente. La comparazione dove va fatta? Nell'ambito di ogni categoria. Prendiamo ad esempio la scuola: lo Snals è il sindacato più rappresentativo, e lo Snals fa parte della Confsal, una delle sigle citate nella nota dell’INL del 20 giugno come non comparativamente più rappresentative.”

Da dove nasce l’espressione organizzazione sindacale “comparativamente più rappresentativa”

Francesco Capaccio ripercorre la storia dell’espressione: “La maggiore rappresentatività a livello comparato nasce con la norma del 1995, quando si era verificato un fenomeno di contrattazione pirata con retribuzioni più basse. All'epoca era più facile che fossero comparativamente più rappresentative le organizzazioni cosiddette della “triade”. Poi lo scenario è cambiato. La norma sulla comparazione è per certi versi inapplicabile, c'è un problema di verifica, di certificazione, di attualità dei dati... C'è la necessità oggettiva di definire il perimetro in cui effettuare una comparazione.”

Cesare Damiano conferma la genesi della norma, segnalando come “a fronte dell'indebolimento del principio di rappresentatività delle associazioni sindacali e datoriali sono nati sindacati dei lavoratori e delle imprese finti, non rappresentativi, che stipulavano contratti pirata, il cui scopo era soltanto quello di accreditarsi, in quanto quei contratti costavano di meno. Oggi però bisogna fare un scatto culturale: fermo restando il consolidato storico della maggiore rappresentatività di CGIL, CISL, UIL, una rappresentatività incontrovertibile, bisogna rovesciare l'assunto secondo il quale i sindacati finti sono i sindacati autonomi. Questi ultimi nel tempo hanno creato una base associativa, quindi non si tratta di organizzazioni fasulle. Se non sconfiggiamo l'idea autonoma = pirata non andiamo avanti.”

Le possibili soluzioni: sciogliere il nodo della rappresentatività e stabilire dei minimi salariali o contrattuali

Secondo Salvatore Vigorini, è necessario separare il tema della rappresentatività da quello del dumping. Il primo può essere risolto solo con un intervento legislativo. Il tema del dumping contrattuale è afferente a tutti altri elementi: “dobbiamo entrare nel merito della contrattazione collettiva, a prescindere dalle sigle che la sottoscrivono e dobbiamo capire se queste sono nella condizione di esprimere la qualità. Partiamo dai livelli contributivi: c'è una proposta che va portata avanti. Se il problema sono i livelli retributivi, quindi anche gli imponibili previdenziali, la soluzione potrebbe essere l'introduzione di un salario minimo legale che potrebbe costituire anche la retribuzione minima su cui calcolare la contribuzione previdenziale. Anche immaginando un salario minimo per area, per settore.”

Della necessità dell’intervento normativo è convinto anche il prof. Maurizio Ballistreri, sottolineando che: “Nel 2013 la Corte Costituzionale ha invitato il legislatore a dare corso all'art. 39: ma non siamo più nel 1948, quindi quelle previsioni vanno attuate sulla base della effettività delle relazioni industriali. In materia di rappresentanza e rappresentatività non funziona più un modello che in qualche misura è di corporativizzazione senza la categoria legale, va definita una legge.”

Cesare Damiano al proposito ricorda la sua proposta di legge depositata il 25 marzo del 2013, che conteneva i concetti basilari per la certificazione della rappresentatività, desunti dagli accordi stipulati tra le organizzazioni sindacali e Confindustria. Ecco il testo: “Le organizzazioni sindacali dei lavoratori sono considerate rappresentative a livello nazionale, quando hanno nella categoria o nell'area contrattuale una rappresentatività non inferiore al 5%, considerando la media tra il dato associativo e il dato elettorale per l'elezione dell’RSU”. Tuttavia, prosegue l’ex Ministro del Lavoro: “Bisogna integrare la norma affermando che c'è la possibilità di stipulare un contratto a condizione che la natura del contratto non sia inferiore nei suoi tratti essenziali ai contenuti dei contratti leader. C'è un aspetto di superficialità nella nota dell'Ispettorato, che invece deve fare un passo in più: consentire di applicare le agevolazioni di legge ai contratti leader e ai contratti comparabili a quelli leader. Come si fa un passaggio di questo genere? Riattivando il CNEL, dove sono depositati i contratti: il CNEL faccia uno studio comparativo e sinottico dei contenuti contrattuali e certifichi i contratti di qualità.”

Come si comporteranno gli ispettori a seguito della nota del 20 giugno?

Al di là della consistenza numerica delle organizzazioni sindacali, se un ispettore oggi entra in azienda e trova l'applicazione di un contratto collettivo stipulato da una delle sigle non comparativamente più rappresentative, i cui livelli contributivi sono però assolutamente allineati, dove non si operano rinvii particolari, dove non vi sono violazioni dei diritti dei lavoratori, dove per di più troviamo misure di sostegno al lavoratore, il presidente di Incontra, Vigorini, e di CIFA e FonARCom, Cafà, auspicano che:

  • l'ispettore non revochi i benefici,
  • non obblighi l’azienda a disapplicare il contratto,
  • ma verifichi nello specifico se il contratto collettivo opera del dumping o meno.

Le dichiarazioni dell’Ispettorato del Lavoro

Il Capo dell'Ispettorato del Lavoro riconosce fin dall’inizio del suo intervento che l’espressione “comparativamente più rappresentative” a proposito delle organizzazioni sindacali è spesso usato in forme diverse o a sproposito, generando confusione. Tuttavia, c’è il problema del dumping sociale, inteso non solo in termini contrattuali, ma anche imprenditoriali, di professionalità dei consulenti, sindacali, che deve essere risolto.
Finora non sono state poste questioni di legittimità costituzionale, quindi è necessario che l'organo di vigilanza del Ministero del Lavoro trovi una soluzione al “comparativamente più rappresentative”.
La nota del 20 giugno va in questa direzione. “Quale deve essere il modo? La soluzione legislativa sarebbe la migliore. Il salario minimo legale è un'altra ottima soluzione, ma vorrei aggiungere anche il contratto minimo legale, perché per me le tutele del lavoratore non sono solo il salario, ma sono le ferie, gli straordinari, non solo la parte economica ma anche la parte giuridica. Io sarei per un contratto minimo legale rispetto al quale si dice: questo è il contratto di lavoro, chi sta al di sotto di questo (anche solo per esempio del 10%) fa dumping.
“C'è poi un altro problema. Se ci troviamo a dover analizzare un contratto non comparativamente più rappresentativo e le retribuzioni sono equiparabili o migliori che cosa deve fare l’ispettore? Revocare i benefici alle aziende? Mi assumerei la responsabilità di dire ai miei ispettori che questo non è accettabile. Dobbiamo interpretare la norma in termini sostanziali, non solo in termini formali. Ferma restando l'autonomia dell'ispettore del lavoro, è necessario guardare alla sostanza”.

Al termine della tavola rotonda il presidente di CIFA e FonARCom, Andrea Cafà, ha affermato: “Sì alla rappresentatività, ma con criteri certi e regole stabiliti per legge. No al sindacato unico. Facciamo appello al Ministro del Lavoro Luigi Di Maio affinché intervenga sulla questione a tutela del pluralismo sindacale e della contrattazione di qualità.”

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