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Microimprese, PMI e fabbisogni formativi

Fabbisogni formativi e PMI

I fenomeni della globalizzazione e della digitalizzazione stanno avendo forti impatti sulle imprese nazionali. Esse hanno dovuto affrontare profondi cambiamenti sia nel processo produttivo, sia in quello distributivo, basti pensare al tema dell’e-commerce, alla servitizzazione dell’economia, ai servizi post-vendita.

Le evidenze nazionali

Nel fotografare il Paese, il Mise ha stimato che quasi il 50% delle grandi aziende e più di un terzo delle medie imprese abbiano già adottato almeno una tecnologia 4.0. Nel caso delle PMI, il dato si dimezza, per raggiungere percentuali minime nel caso delle microimprese.

In generale, è ragionevole pensare che le grandi imprese abbiano meno difficoltà nell’affrontare i cambiamenti in atto, ma non è possibile trascurare le loro difficoltà nel reperire conoscenze e competenze adeguate all’interno del mercato del lavoro. Complessivamente, è auspicabile guardare alle grandi realtà come modello di riferimento, ma sono le PMI a rappresentare per l’Italia la stragrande maggioranza del tessuto imprenditoriale.

Non solo, la necessità di supportare l’altrettanto grande platea di micro imprese ci chiama ad impegnarci nel sostegno alla diffusione di una cultura della formazione.

La classificazione europea

A partire dal 1° Gennaio 2005, entra in vigore in Europa la nuova definizione di Piccola e Media Impresa (PMI). Ancor prima, con la Raccomandazione 2003/361/CE del 6 maggio 2003, si definisce impresa ogni entità che, a prescindere dalla sua forma giuridica, eserciti un’attività economica. Al contempo, ne vengono delineati i requisiti dimensionali caratterizzanti.

DIMENSIONE
N° DIPENDENTI
FATTURATO ANNUO
TOT BILANCIO ANNUO
Micro
<10
≤ 2 milioni di €
≤ 2 milioni di €
Piccola
<50
≤ 10 milioni di €
≤ 10 milioni di €
Media
<150
≤ 50 milioni di €
≤ 43 milioni di €

 

Se guardiamo all’Italia, le stime aggiornate al 2017 per le microimprese e le PMI dimostrano la loro incidenza sul tessuto connettivo economico. In termini di classe dimensionale, numero di imprese, numero di dipendenti e valore aggiunto, la tabella che segue mette a confronto l’incidenza dei risultati nazionali rispetto ai dati UE.

 
CLASSE DIMENSIONALE
N° DI IMPRESE
NUMERO DI OCCUPATI
VALORE AGGIUNTO
 
Italia
EU-28
Italia
EU-28
Italia
EU-28
Share
Share
Share
Share
Miliardi €
Share
Share
MICRO
3 565 046
95.1%
93.1%
6 661 193
45.9%
29.4%
201.2
28.6%
20.7%
PICCOLA
162 598
4.3%
5.8%
2 921 184
20.1%
20.0%
144.9
20.6%
17.8%
MEDIA
18 465
0.5%
0.9%
1 808 802
12.5%
17.0%
125.3
17.8%
18.3%
SMEs
3 746 109
99.9%
99.8%
11 391 179
78.5%
66.4%
471.5
67.1%
56.8%
GRANDE
3 221
0.1%
0.2%
3 125 454
21.5%
33.6%
231.7
32.9%
43.2%
TOT.
3 749 330
100.0%
100.0%
14 516 633
100.0%
100.0%
703.1
100.0%
100.0%

 

Microimprese e PMI hanno un ruolo centrale nell’economia europea, con un’incidenza di oltre il 99% sul totale delle imprese comunitarie (le grandi imprese incidono per lo 0.2%). Se guardiamo al mercato del lavoro in Italia, il numero di occupati si attesta attorno all’80%, a fronte di una media europea del 66.4%. Solo nel caso delle microimprese, il numero complessivo si aggira attorno alle 3,5 milioni di unità, oltre il 95% di tutte le imprese in Italia, fonte di un primato europeo.

I fabbisogni formativi

In base ai più recenti dati OCSE, in Italia, più della metà dei posti di lavoro sono a rischio significativo di automazione e 9 professioni su 10 richiederanno competenze digitali. A questo dato si aggiungono quelli sull’invecchiamento demografico: 3,5 persone over 65 su 10 partecipano alla vita lavorativa (tasso più alto d’Europa). In aggiunta, il 38% degli adulti ha scarsi livelli di competenze linguistiche e/o numeriche. Alla luce dei dati appena discussi, è doveroso, quindi, ragionare seriamente sugli interventi in tema di formazione continua.

Nonostante alcuni recenti miglioramenti, infatti, solo il 20,1% degli adulti sul territorio nazionale partecipa ad attività formative, il 50% in meno rispetto alla media OCSE. Il dato scende al 9,5% nel caso degli adulti con basse competenze, fino a raggiungere il 5,4% nel caso di disoccupati di lunga durata. Il Paese è tra quelli con minor corrispondenza tra priorità identificate e attività di formazione erogate e, a prescindere dalla scala dimensionale aziendale, più del 30% delle ore di formazione si focalizza sulla formazione obbligatoria. Non solo, la spesa pubblica per la formazione in Italia nel contesto delle politiche attive è di molto inferiore rispetto ad altri paesi OCSE, e il prelievo da parte del governo di una fetta di risorse destinate ai Fondi Interprofessionali, ha diminuito ulteriormente le risorse disponibili per la formazione continua.

Si rende necessario un ripensamento dell'idea stessa di istruzione e formazione attorno al concetto cardine dell'imparare ad imparare e cioè della capacità di acquisire conoscenze e competenze costantemente e in ogni fase della vita, non solo nelle scuole e nelle università ma anche e soprattutto nei contesti lavorativi, nelle agenzie formative, nella vita quotidiana e nel tempo libero. Uno degli obiettivi primari è il contenimento della fuoriuscita precoce dei giovani dal sistema di istruzione. In quest’ambito l'Italia ha ormai ridotto il gap con la media europea del 10,7%. Lo stesso dato sull'innalzamento del numero dei laureati è in crescita anche se ancora lontano dalla media europea. Meritevoli di maggiore analisi sono i dati relativi alla partecipazione degli adulti a percorsi formativi.

Nel nostro Paese, la popolazione di età compresa tra i 25 e i 64 anni che ha dichiarato di aver preso parte a una qualsiasi attività formativa è pari a 1 cittadino su 12. Il primato europeo dei paesi scandinavi è determinato dalla presenza di un sistema di politiche attive per il quale la popolazione disoccupata tende a frequentare percorsi formativi in misura uguale se non maggiore rispetto agli occupati. La stessa situazione si registra in Spagna.

In Italia si registra, invece, un differente fenomeno per il quale la popolazione inattiva sul mercato del lavoro risulta essere più in formazione dei disoccupati, causa i lunghi tempi di permanenza dei giovani nel sistema universitario. La partecipazione ad attività formative degli adulti è maggiore all’aumentare del livello d'istruzione (il 18,6% dei laureati a fronte del 4,2% dei soggetti in possesso al massimo di un titolo di istruzione secondaria). A ciò va aggiunto una tendenza da parte delle aziende a coinvolgere in percorsi formativi i lavoratori con maggiori competenze, alimentando il divario tra fette di popolazione che accedono a strumenti ed opportunità formative e fette che ne vengono sistematicamente escluse.

Se guardiamo, quindi, ai fabbisogni delle microimprese e alle PMI, queste necessitano in primis di un efficace supporto di cambiamento verso nuovi processi di business e modelli organizzativi aziendali. Per fare ciò, il tema dell’internazionalizzazione deve iniziare ad essere percepito sensibilmente come strategico per il conseguimento del vantaggio competitivo. Ad esso è necessario affiancare la formazione per rafforzare le competenze linguistiche. In ambito digitale, i canali di vendita diretta necessitano ormai di un contro bilanciamento online. Le competenze in ambito e-commerce contribuiscono sempre più al valore aggiunto delle realtà aziendali anche quelle di piccolissime dimensioni.

Quali soluzioni?

Non si più parlare di crescita ed innovazione se si prescinde dalla centralità della formazione continua. In quest’ambito, nuove tecnologie e nuovi processi di business danno vita anche a nuovi ruoli professionali, per cui i lavoratori devono essere formati.

Apprendimento continuo significa costante aggiornamento di conoscenze, abilità e competenze, per un efficace equilibrio tra domanda e offerta di lavoro. La contrattazione collettiva di secondo livello può giocare un ruolo centrale; essa deve divenire una risposta concreta per imprese e lavoratori in tema di competenze.

Una soluzione sinergica tra tutti gli attori coinvolti in tema di politiche attive per il lavoro appare funzionale alla messa a regime di un sistema incardinato attorno ad un efficiente modello di certificazione delle competenze, che renda spendibile sul mercato del lavoro quanto acquisito nei percorsi formativi, nonché il consolidamento di azioni finalizzate all'incontro tra domanda e offerta di formazione, la costruzione di cataloghi formativi e la fruizione degli stessi attraverso doti, voucher ed altri strumenti.

A fronte di esigenze formative condivise, una soluzione concreta deriverebbe dalla creazione di nuove forme di aggregazione fra realtà di minore dimensione, con l’obiettivo di adottare soluzioni innovative modulari e integrabili, favorendo la collaborazione e abbattendo i costi, fonte primaria di preoccupazione per microimprese e PMI.

Per supportare l’accessibilità ai percorsi formativi è necessario non solo investire nella diffusione di una cultura della formazione, ma anche allineare la formazione ai reali fabbisogni aziendali, tenendo conto delle reali preferenze delle aziende (action learning, coaching, affiancamento, training on the job e formazione a distanza), e garantire finanziamenti adeguati alle esigenze, attraverso risorse pubbliche e Fondi Interprofessionali.

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